Quintetti Risultati Commenti Foto Video e tanto altro delle Partite di Basket del BBp Boccarini Amelia 05022 Terni
sabato 21 marzo 2015
mercoledì 18 marzo 2015
domenica 4 gennaio 2015
giovedì 2 gennaio 2014
sabato 30 marzo 2013
Triangolare Pasquale 2k13 ( Giove Ind00r )
A contendersi la prima edizione del Torneo di Pasqua 2013 ci sono rappresentate tre città:
Gli amici del Boccarini Basket Playground di Amelia (in maglia gialla)
gli amici del gruppo Basket Giove (in maglia mista)
e gli amici di Orvietnam di Orvieto (in maglia blue)
GAME ONE:
BBp Amelia-Orvietnam 39-24
BBp: Zebbrone,Gazza,Capellone,Leo,Massa; Tonino
Orvietnam: Leonardo e Gianmarco Fabretti, Giovanni, Flavio e Marcantonio
GAME TWO:
Orvietnam-Basket Giove 35-32
Orvietnam: Leonardo e Gianmarco Fabretti, Giovanni, Flavio e Marcantonio
Basket Giove: Professore, Luca Buzz, Ramon, Brix, Matteo (Attigliano) ; Mauro P. e Marco Iacca
GAME TREE:
Basket Giove-BBp Amelia 36-38
Basket Giove: Professore, Luca Buzz, Ramon, Brix, Matteo (Attigliano) ; Mauro P. e Marco Iacca
BBp: Zebbrone,Gazza,Tonino,Leo,Massa; Capellone
Amelia:
Vincono il torneo di Pasqua battendo prima Orvieto e poi Giove; nella prima gara contro Orvieto non c'è storia, il primo tempo è in equilibrio poi prendono il largo nella seconda frazione. La gara con i Giovesi è equilibrata partono bene ma poi si fanno rimontare alla fine vincono di un soffio per 2 punti.Orvieto:
La prima gara contro Amelia non li ridimensiona nonostante il passivo sia abbastanza pesante, contro Giove sono più compatti ma vincono con il classico ultimo tiro sulla sirena da tre punti, con Leonardo Fabbretti, dopo essersi fatti riprendere.Giove:
Due sconfitte sul filo di lana che lasciano l'amaro in bocca, escono comunque rafforzati dal torneo con la convinzione di avere una buona difesa e che se le cose girano meglio in attacco possono stare tranquilli;martedì 11 dicembre 2012
martedì 7 agosto 2012
giovedì 24 maggio 2012
domenica 11 dicembre 2011
PRE SEASON 2011-2012 : TRADE
NBA : tutti gli affari — I Knicks, intanto, dopo aver presentato ufficialmente Tyson Chandler e aver salutato Chauncey Billups, Ronny Turiaf e Andy Rautins, sono vicinissimi a Mike Bibby, il quale, reduce dalla parentesi non brillantissima con gli Heat, dovrebbe firmare domenica un contratto annuale per il minimo salariale.
Inoltre l’attivissima dirigenza newyorchese non ha ancora abbandonato una pista che porta al free agent dei Mavs JJ Barea. L’operazione però è decisamente complessa. Le strategie dei Mavericks, dopo il “sign and trade” con i Knicks per Chandler, si concentrano sull’addizione di un lungo affidabile. Il sogno naturalmente sarebbe riuscire ad arrivare all’oggetto del desiderio di un po’ tutti nella Nba, Dwight Howard, ma la concorrenza di Nets e Lakers (favorite rispetto a Dallas) è spietata. I campioni in carica comunque mettono sotto contratto Brandan Wright e strizzano l’occhio a Samuel Dalembert. L’ex Indiana Mike Dunleavy firma un biennale (da 7.5 milioni di dollari) con i Bucks, gli Hawks, invece, si assicurano due veterani come Vladimir Radmanovic e quel Jerry Stackhouse il quale durante il lockout aveva fatto parlare di sè per le dure critiche al presidente del sindacato giocatori Derek Fisher. I Raptors portano in Canada Rasual Butler e l’ex Hornets Aaron Gray, TJ Ford approda agli Spurs, l’ex Maccabi Jeremy Pargo, invece, si è accordano per un biennale con i Grizzlies
sabato 12 novembre 2011
Buon compleanno, coach
Buon compleanno, coach

Una certezza c’è. Mentre non si sa se, non si sa quando, ripartirà il prossimo campionato NBA (proprietari e allenatori stanno ancora litigando, apparentemente lontani da un accordo), una cosa è ormai sicura: quando tutti torneranno in campo, Phil Jackson non ci sarà. Non si siederà sulla panchina dei Lakers, la sua ultima squadra, né su quella di nessuna delle altre 29 franchigie. Il brutale 4-0 subìto dai Dallas Mavericks, poi campioni, negli ultimi playoff ha fatto da sipario alla carriera di quello che passa alla storia come il più grande allenatore di basket professionistico di tutti i tempi (11 titoli NBA vinti, più due da giocatore nei primi anni ‘70 con i New York Knicks).
E qui entra in scena la seconda certezza: a me mancherà. Tanto, anche.
Non perché fosse il migliore (soprattutto negli ultimi anni tatticamente aveva perso più di un passo). Non perché fosse simpatico (non ci teneva minimamente ad apparire tale). E non perché fosse un vincente (che i vincenti, poi, spesso sono insopportabili). Mi mancherà per tanti dettagli minori, magari insignificanti, magari invece illuminanti della natura del personaggio.

Agli allenamenti che precedevano le Finali NBA – in mezzo ai volti tesi, nervosi e concentrati di tutti i giocatori – mi divertivo a cercare la lunga silhoutte di coach Zen (il suo soprannome) in campo e scorrerla tutta, da capo a piedi. Lì, puntuali, i suoi sandali. Da uomo del Montana (qual è). Da (ex/neo) hippie, qual è (stato). Da professore di filosofia un po’ radical chic catapultato per caso nel mezzo di un evento sportivo fanaticamente seguito dalle masse.
Mi mancherà il suo ghigno, anche se supponente, spesso di scherno verso tutto e tutti.
Mi mancherà la sua espressione beffarda (praticamente identica a quella del “colonnello” ritratto sul logo di Kentucky Fried Chicken, se avete presente).
Mi mancheranno i suoi “giochi mentali” (ci hanno scritto pure un libro, “Mindgames – Phil Jackson’s Long Strange Journey”, con questo titolo).
E, già che ci siamo, mi mancheranno i suoi libri. Quelli che ha scritto (in “Sacred Hoops”– in italiano “Basket & Zen” – applicava il tai-chi e le filosofie dei nativi americani al basket, mentre in “Maverick”, scritto nel 1975, parlava candidamente delle sue esperienze con marijuana e LSD) e quelli che dava da leggere ai suoi giocatori (Nietzsche a Shaquille O’Neal, il Malcolm Gladwell di “Blink” a Kobe Bryant).
Perché Phil Jackson – l’allenatore che ha saputo gestire (prima ancora che guidare alla vittoria) l’ego di Michael Jordan e quello di Dennis Rodman, di Shaquille O’Neal e di Kobe Bryant – è stato molto più che un semplice allenatore. Un po’ insegnante, un po’ sciamano. Psicologo e mentore. Padre-padrone. Lui che il padre (e la madre) li sentiva predicare in chiesa ogni weekend, entrambi ministri religiosi. Lui che proprio da loro ha ereditato un forte senso di rispetto e deferenza verso le figure che lo hanno formato (coach Red Holzman a New York, per esempio) e un fascino mai scomparso verso l’autorità e la tradizione. Tutto questo prima di abbracciare in pieno e vivere, sulla propria pelle, l’onda dei cambiamenti dei decenni ’60 e ’70, senza però mai tradire le sue origini e se stesso.
Certo, negli anni la psichedelia, il culto dei Grateful Dead e l’attitudine zen del suo soprannome hanno lasciato magari il passo a qualche rigidità in più, l’ultra-liberal si è scoperto un po’ conservatore e il ribelle/innovatore ha fatto intravedere più di una sfumatura autoritaria (anche in panchina, oltre che nella vita). Ma Phil Jackson rimane – proprio per questi contrasti – una personalità complessa, interessante e divertente. È quello che se ne infischia di ruoli e convenzioni e intreccia una splendida love story con la ex-coniglietta-di-Playboy-figlia-del-proprietario-dei-Lakers-suo-datore-di lavoro, ma è anche l’unica persona che l’anarchico Rodman vuole con sé sul palco quando fa il suo ingresso nella Hall of Fame del basket, massimo riconoscimento per un giocatore.
Oggi Phil Jackson compie 66 anni – e queste righe vogliono essere una sorta di biglietto di auguri, visto che non c’è regalo. Un regalo che invece, pochi mesi fa, ricevo io, dal decano dei fotografi NBA, Andrew Bernstein. Mi arriva in posta direttamente da Los Angeles. È il suo ultimo libro, ritratto a quattro mani della stagione vincente 2009-10 dei Lakers: Bernstein ci mette le splendide foto in bianco&nero, Phil Jackson tutta la parte testuale. Più una dedica, iniziale, come al solito illuminante.
“To all my relations, by blood and by spirits”.
Buon compleanno, coach.


































